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ROMA MATTINA CENTRO
di Alessandro Carbone

Scivolano le nuvole in questa mattina d'agosto, sono le 8 e c'è profumo di bucato ma non capisco da dove venga. I tavolini hanno ancora le gambe in aria, sotto l'insegna gialla e verde del totocalcio un barista regge male qualche ora di sonno persa. Ma anche i miei di occhi sono lenti, e metto a rallentatore qualsiasi viso e ogni sguardo che incontro.

Il sole non scalda ancora come dovrebbe, ma so che rimpiangerò questo brivido quando tutto, quando il sole non starà più nella pelle e io nella mia mi sentirò bruciare.

Passo oltre al mercato, ma l'angolo che taglio è quello del pesce. E allora tutto il mercato mi finisce nei polmoni e sembra Ostia da ragazzino vicino al molo, sembra quando mettevo la testa nel secchiello dove nonna aveva messo le telline.

Alla fermata una donna ha le mani impegnate, spesa da una parte, figlio dall'altra, un vestito bianco a fiori rossi le cala appena su una spalla.

Un prete spazza gli scalini di Santa Maria mentre un gruppo di suore trotterella rapido dietro un cancello scuro. Il prete ha gli occhi azzurri, tipo russo cattivo da film di spie. Riprende a spazzare solo dopo che l'ultima suora è sparita.

Ancora mi capita di cercare le sigarette, ho smesso da quasi un anno ma mi viene così, che le cerco senza pensarci. Cammino un po' sotto i pini che hanno l'ombra lunga, sento l'odore della resina, profondo come l'incenso. Da piccolo mi incollavo sempre le dita, la porta era da albero a albero e io mi appoggiavo quando era il mio turno, per riprendere fiato. Mi rimaneva il profumo per tutto il giorno, solo a sera l'acqua calda del bagno scioglieva la terra secca e le dita appiccicose.

Giro a via degli Ombrellari, dal forno di Borgo esce ancora l'alito prepotente del pane fresco. Ho fatto colazione ma l'odore del pane fresco mi mette sempre fame.

A terra vicino un cestino ci sono i vetri verdi di birra, lasciati dai tedeschi la sera, gli stessi che ora marciano serrati in file di cosce bianche e calzini scuri sotto i sandali.

Su una panchina però ci sono ammucchiati un gruppo di giapponesi che si scambiano le cartoline come a figurine: dicono parole corte e ridono.

Sulla piazzetta è di scena il torneo di briscola del centro anziani: un tavolo, quattro sedie e bocche storte in smorfie incomprensibili. Non resisto e mi avvicino. Il più vecchio ha una coppola in testa e il collo a pieghe. La canottiera di cotone ha disegnato un'altra canottiera di pelle bianca. Il compagno ha tirato il carico sbagliato, imperdonabile, e lo capiscono forse pure i giapponesi perché il vecchio sbatte sul tavolo un tre di briscola e dopo un raschio di gola sputa verso il cielo una bestemmia con l'eco. Rido.

Torno verso il fiume, devo camminare più svelto, però il sole stamattina lo colora d'argento, verrebbe da fermarsi e carezzare l'acqua per un po'.

Ho fatto tardi ancora una volta.

Però non me ne frega niente. Non me ne frega proprio niente.

 

 









     
 
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