
QUESTA MATTINA
di Alessandro Carbone
Questa mattina mi sono svegliato male, ma male, male che dormirci sopra fa male.
Qualcuno potrebbe farsi male, oggi giuro qualcuno potrebbe farsi male, quindi lontano dai coglioni, puzzate il vostro mondo lontano da me.
Questa mattina passa, e diventa pranzo, ho lo stomaco fuori, come già da qualche mese,è l'alcool lo so, ma non me ne frega, cioè mi odio, mi faccio schifo, sembro un nano del cazzo, tarchiato e gonfio, mi gonfia l'alcool, dio come mi gonfia, e ci mangio sopra, male, dio come mangio male, trovo un cioccolata e me la finisco e mi guardo la pancia e la picchio che non sento dolore, poi si, fa male, come i sogni, della mattina che è passata, dio per dio basta.
Pomeriggio e quattro caffè, che è calore che entra dentro, entra, scalda, mi bruciano gli occhi, e le braccia girano in aria, per sfogo, i capelli tagliati corti nel centro poco resta, e chiudi questo specchio, navigo verso il salone e afferro un telecomando, giro su una puttana e un'altra, dio solo puttane in questa scatola, ventenni è già puttane, contente voi, contente.
La schiena, la schiena, pesa, la schiena, di un pomeriggio fuori col sole, forse esco ma mi tirano i pantaloni all'altezza della cinta, lo stomaco balcone erutta fiato dal basso, slaccio e mischio il mio sesso, divertito e annoiato, vaffanculo, alla vergogna, di chi ha bisogno, e mi lascio cadere, a terra, un filo di bava, resto sereno, piano, silenzio, uscita di scena, rappreso in uno starnuto a sera.
Troppa gente nella mia testa, affolla un giardino segreto, labirinto di parole, lanciate come bottiglie nel mare di questa giornata che il sole, il sole, brucia all'orizzonte di un rosa pallido e blu notte e lentiggini di stelle ad unire i puntini che ottieni una figura numerata, dal primo allo zero.
Questa sera va male, qualcuno si farà male, se continua così qualcuno si farà male. Lo dico.
Lo dico io. Mi lavo i denti e ricordo il mio nome, lo dico piano, per essere sicuro di appartenermi. Lo ripeto, e ripeto come una preghiera al dio dietro quel fiore di magnolia, che mi guarda dal balcone, sporgo fuori già di metà, resta dentro, resta dentro, resta dentro.
E non saltare ora. Che domani viene presto.
Mangio una schifezza e sciolgo tutto nel vino bianco che schizza sulle budella acido che brucia, che brucia il pallone che gonfia, che gonfia una bolla di incomprensione.
Tutto è appannato questa mattina, svegliato da un rumore lontano di un telefono troppo vicino.
Dio perdona qualche affanno del vicino che a rispondere applica i principi sani della tortura.
Questa mattina, del mio mattino, resto.
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