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LA PIANTA DEL TEMPO

di Alessandro Carbone


E' con incredibile rabbia che sedimento la vergogna,

è in questa incredibile gabbia che tutto si confonde

e irrompe nelle viscere delle zolle a destra dell'anima ad un soffio dal cuore.

Graffiando scavano come improbabili unghie.

Aratro tirato da pugni nudi.

Seminando secondi e frazioni d'attimi, granelli di clessidra e lancette da polso.

Rivalsa che scadenza l'immediato agire e ticchetta l'incostante presenza di un vuoto calcolato.

L'alfiere muove in diagonale rovesciando barlumi di vittoria, trentacinque mosse attende il Re d'esser chiamato matto,

di nuovo in piedi con rapido scatto a presidiare le foglie del calendario.

E' questa circolarità accogliente, è quel tuo chiamarmi amore mio che mi fastidia e collide con le dichiarazioni di indipendenza dei miei mille atomi d'amore.

Nello sfinente tentativo di aprire questa camicia senza asole e bottoni, di vedere fuori attraverso una finestra di mattoni,

di masticare lettere maiuscole stando attenti che le minuscole non finiscano tra i denti,

noi come il tenero abbracciarsi di due serpenti,

siamo solo una questione di tempo.





     
 
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