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MOMO DIETRO S.ANDREA
di Alessandro Carbone

La scuola era finita da poco e noi s'aveva addosso quella smania che puoi fare tutto, tutto quello che voi senza pensare ai compiti. Anche se poi alla fine non sai mai quello che fare di preciso.
La mattina si cercava di dormire tutto quello che la campanella della prima ora ti aveva tolto per mesi e a pranzo si mangiava per tutte le pizzette fredde messe sul termosifone a far sciogliere la mozzarella, di tele c'era da morirne, solo film in bianco e nero e la nonna che non voleva saperne di cambiare canale.
Così s'andava a casa di Marco a fare del Ping Pong sul tavolo da pranzo. Era in legno scuro, con un pò di cera a renderlo praticamente perfetto. Certo veniva un pò stretto ma a tirar piano c'era da divertirsi per un paio d'ore. Poi magari dopo si saliva da Giulio che c'aveva i videogame attaccati alla tele, e un'altra ora passava a distruggere asteroidi e ufo sparamisissili.

Era verso le cinque che il cortile cominciava a prendere vita. Il signor Aldo annaffiava sempre il giardino e le vecchie scendevano a prendere il fresco degli schizzi e si portavano dietro i più piccoli che con le bici facevano casino addosso alle serrande chiuse dei garage. Ma anche a noi piacevano gli schizzi e scendevano anche quelli della scala B e C, si faceva un pò a figurine, ma tanto per fare, perchè gli album li avevamo pieni da un pezzo. Dopo un pò ci si contava, bastava esser pari e darsi appuntamento alle sei dietro il cortile di S.Andrea, don Silvio lasciava il campetto sempre aperto.

Le porte le facevamo con quattro mattoni rossi e il fuori era quando uno faceva "fuori" e se a tutti sembrava giusto per essere fuori allora era fuori da li, prima che fosse per tutti fuori però si finiva a menare lo stesso. E quando don Silvio usciva che urlava basta gli dicevamo che era colpa sua e che doveva farci le righe. Lui ci rispondeva che avrebbe fatto le righe quando i nostri genitori si sarebbero degnati di venire a messa a fare la questua.

Ma quando non si litigava c'era da divertirsi, eravamo sempre qualche giocatore diverso, Platinì,Zico,Pruzzo,Conti,Rossi però di Maradona ce ne erano due, di Falcao pure tre, e quando uno prendeva palla metà del fiato andava a far la telecronaca di quello che faceva, e piaceva un pò a tutti immaginarsi in un grande stadio verde con la maglia del cuore. C'erano quasi più parole che partita eppoi tanto noi riuscivamo solo a calciare in avanti e a correre dietro come gatti dietro il topo, e i gol erano sempre per qualche rimbalzo di troppo o per un portiere che la faceva rotolare dentro.

Però ogni tanto, quando meno te lo aspettavi da dietro l'orto della parrocchia tirava via un fischio Momo. E allora più nessuno faceva quel baccano a raccontare tiri al volo, rovesciate e colpi di tacco a smarcare. Noi si stava zitti e si passava la palla a Momo.

Non importava con chi giocasse, anche perchè una volta presa, la palla non la vedevi più mica.

Lui col tacco la palla l'alzava, poi se la lasciava cadere dietro il collo e la fermava lì come se fosse stata lì da sempre. Dal collo alle ginocchia e dalle ginocchia immobile sulla fronte.Allora incominciava a correre e la palla sempre lì inchiodata sulla testa come un altra testa. In corsa la lasciava cadere di nuovo sul tacco e si faceva un paio di giri così, palleggiando di tacco.

Quando la palla toccava terra qualcuno gli si faceva incontro, i più scemi anche solo per rabbia a buttargli via il pallone, ma lui sciava via col palla al piede facendo sparire la palla ad ogni tocco, se poi lo caricavano in due tre allora usava il muro e di sponda la faceva girare sopra le teste finchè non ritornava attaccata ai suoi piedi.

E poi lo faceva.

Sapeva sempre quando era il momento di farlo, se c'era qualche ragazzino nuovo poi se la tirava per le lunghe, ma quando lo faceva lo faceva proprio al momento giusto.
Momo in corsa si portava al centro del campetto e come fosse la cosa più normale del mondo, saliva sopra il pallone e ci camminava fino alla porta.

Silenzio.
Anche i più bulli smettevano di prenderlo in giro e stavano zitti.

Momo camminava sul pallone.

E per chi la palla la prende solo a calci dritti, è roba che gonfia i sogni. Il tiro in porta era poi poca cosa, buttava giù sempre uno dei mattoni rossi,"Palo" gridavamo tutti, a lasciarti pensare come fosse possibile, perché sporcare con una macchia il capolavoro.
Poi eri lì con gli occhi ancora sul mattone capovolto che Momo s'era fatto aria nei campi, lasciando solo bocche aperte, mani in tasca e un mattone a pancia sotto.

Quando Momo appariva al campetto poi se ne parlava per giorni, fin quando Momo con gli anni faceva un fischio sempre più raramente, a scuola non sapevamo nemmeno in quale sezione stesse, le maestre dicevano che era figlio di zingari, accampati un pò fuori, gente che veniva dal Circo, dalla Russia.
"Gente che fa i traslochi di notte" dicevano e che andava e veniva un pò qui e un pò lì e non scordavano mai di aggiungere "per fortuna". Piccolo, magrolino, dalla pelle oliva e dagli occhi chiari, Momo forse non era neanche il suo nome ma tutti lo chiamavano così, fin quando qualcuno nel campetto giocando a essere giocatori disse " Io sono Momo e sono il più forte", magari quello non sapeva tirare neanche in porta ma a noi piaceva riascoltare le azioni che quel ragazzino ci aveva sbattuto negli occhi.

Io del fatto del mattone c'avevo una mia teoria, per me era un pò come la Z di Zorro, come per dire "In mezzo son capaci tutti a tirare, provate voi a mirare a qualcosa", ecco mi suonava così il tonfo di quel mattone che tutte le volte finiva a terra.

Mai più saputo nulla, di quel ragazzino non rimase che il nome di una giocata che se particolarmente bella, allora, è ancora una giocata alla Momo.







     
 
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