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MEMORIE DI SABBIA

di Alessandro Carbone

Vado via sempre per ultimo, però prima che arrivino quelli dei cani e delle passeggiate a due, quelli degli occhi dolci dalle promesse impossibili, meglio quelli dei cani,sinceramente increduli davanti al mare, finiscono che ci abbaiano contro perchè le onde sembrano inghiottirli.

Vado via prima che il sole si possa chiamare tramonto.

Vado via e guardo la sabbia.

La risacca riesce a mangiare solo le impronte sul bagnasciuga, ma il resto della spiaggia e tutto un pestare di orme, piedi ormai senza pianta. E sono una sopra l'altra, cento direzioni diverse per cento misure diverse. Chiare tracce verso nulla.

Forse è per quello che vado via per ultimo. Perchè ogni impronta è una storia, perchè una storia è solo un segno nella sabbia.

Sembra un diario scritto in una lingua involontaria, fatta di movimento, movimento raffermo.

La sabbia ferma la memoria dei movimenti.

Così a volte provo a leggerla.

Ma la devi leggere tutta insieme, perchè non puoi seguire le tracce,l'ombra di una pista, sei un segugio di nessuno. No, devi far entrare tutte le orme negli occhi,tutte insieme, intrecciate, annodate all'infinito.

Lettura che non ha sequenza.

E' uno spazio a tempo uno, il tempo lì è ora, è unico per tutti.

E' una clessidra fatta a pezzi, e qualcuno c'ha camminato sopra.
Sono passati,corpi in fuga,mille fotogrammi troppo voluminosi. Ora sono tutti lì, spalmati nelle impronte.

Percepisco la presenza invisibile della contemporaneità, che non ha direzione, non ha tempo.

Vado via per ultimo perchè sono l'unica cosa in viaggio in un alfabeto di orme.

Vado via e lascio anche io la mia riga, il mio passo di scrittura, che non vuol dire nulla, che proprio non vuol dire nulla, è solo una frase in un libro di sabbia.





     
 
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