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LUI E LEI
di Alessandro Carbone

Lei è seduta al tavolo del Caffè della Stazione Termini. Legno, metallo, luci morbide. E' pomeriggio tardo e il sole ha girato oltre la curva dell'orizzonte.

Il cielo bluastro e rosa e arancio chiazza il vetro accanto al quale lei è seduta.

Lo aspetta lì, da qualche minuto. Gira intorno ad un dito i capelli castani che fanno presa sulla testa di una donna di 30 anni. Lei sa già quello che gli dirà, che è finita, che la deve smettere, che non c'è altro da dire. Con le unghie picchietta il portatovaglioli di metallo. Lo inclina e riflette un viso distorto, ora schiacciato, ora allungato.

C'è un fastidio di plastica mentre lui poggia sul tavolo una busta, lei sorpresa alza il viso e gli rimprovera un ciao. Lui gli risponde una scusa mentre si toglie il cappotto e lo sistema sulla sedia. Dalla busta vota una dozzina di lettere sul tavolo. Lei ha gli occhi che non capiscono e cercano una riposta. Lui non le vuole più, gli fanno male, ne ha riletta qualcuna e non le vuole più. Sono parole di lei, parole di promesse, parole che hanno attraversato un mare e qualche chilometro di terra quando lui lavorava fuori. Non le vuole più. Non esistono più quelle parole.

Lei ne cerca una, poi fa spazio sul tavolo ammucchiando le altre ad un angolo, sfila il foglio e lo spiana sul legno bullonato d'ottone. Legge iniziando dal basso come a recuperare l'inchiostro, a farlo sparire. La lettera parla di lui, che le manca, che vuole fare l'amore con lui appena tornerà e che Riccardo è un bel nome per un figlio. Lei ha ancora del bianco negli occhi quando gli dice che le parole sono vere ma che ora c'è altro.

Ora lei guarda di nuovo il portatovaglioli e gli dice che è inutile farsi del male ed è ora che lui se ne faccia una ragione perché è finita, lei sta bene da sola, del suo modo di ritrovarsi, del suo riprendersi gli spazi che si merita, della pienezza delle prospettive del suo futuro. Lui vede solo il viso di un altro uomo in ogni pausa del suo fiato.

Un cameriere chiede disinvolto se i signori prendono qualcosa, si due latte macchiato e un po' di biscotti alle nocciole, dice lui per entrambi. Lei prende un tovagliolo di carta e si soffia il naso. Gli chiede del lavoro, se dovrà ripartire ancora. Lui cerca un cartello di divieto per il fumo, non lo trova e si accende una sigaretta.

Partirà ancora, è il suo lavoro partire. Lui chiede se c'è altro. Delle lettere già le ha detto, non le vuole.Lei dice che è meglio così per entrambi e che le lettere deve tenerle perché sono vere e ora fanno parte di lui. Lui ha la cravatta annodata storta e la giacca cade larga sulle spalle già magre. Lei poggia gli occhiali sul tavolo e si passa due dita a massaggiare le palpebre. Li infila rapida

quando il suo cellulare suona, legge chi la chiama e spenge il telefono lasciandolo cadere in borsa.

Lui spenge la sigaretta con il tacco della scarpa e rimette le lettere nella busta annodandola. Ha un aereo tra poco le dice. Lei sembra controllarsi il rossetto nel riflesso del portatovaglioli, poi gli dice che era bello che si erano chiariti, lui dice si che ora è tutto chiaro. Lascia una banconota sul tavolo e le stringe la mano senza guardarla negli occhi. Lei si libera dalla stretta con un buon viaggio e lascia che sparisca con la busta tra due dita dalla porta d'ingresso. Riaccende il cellulare e richiama il numero.

Il cameriere poggia l'ordinazione sul tavolino e ritira la banconota sul vassoio. Lei si gira dalla parte del vetro e parla raccolta intorno al cellulare.

Quattro biscotti separano due bicchieri di latte che fumano via calore.

 

 

 

 









     
 
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