
LA FERMATA (Sullo sbuffare e affini)
di Alessandro Carbone
La sigaretta mal spenta in terra, espiava l'ultima anima di fumo.
Si divincolava nel vuoto, disordinatamente evolvendo al niente, il rivolo gassoso e biancastro era sorretto dalla luce arancio del lampione e da una vellutata umidità estiva.
Sedevo sulla panchina alla fermata dell' autobus. Il 311 ritardava la raccolta. Quella a terra era l'ultima sigaretta del pacchetto. Quello che doveva passare era l'ultima corsa.
Controllai l'orologio, feci pressione con dito su di un lato e individuai che erano l'una meno dieci.
Inspirai uno sbuffo e lo sguardo ricadde sulla punta delle scarpe. Mossi gli alluci. Come per assicurami della presenza dei piedi. Provai ad concatenare qualche fila di pensieri, ma inutilmente, si slegavano subito, rivendicando ognuno un angolo di intimità.
Finii con fissare assortamente il cemento del marciapiede, la sua granulosità appiccicaticcia.
La luce cremosa all' arancio ne indorava i riflessi. Sbuffai un altro respiro di attesa. Di un attesa però senza ansia, di quelle attese stanche, svogliate, pigramente appese solo ad un sbuffo.
Poggiai la testa sul cartellone pubblicitario alle mie spalle. Forzai la mia ansia facendo correre la mia mano verso la tasca dei pantaloni dove tenevo le chiavi di casa. Un istante di disastro, ma no le chiavi erano lì, proiettai anche la diapositiva della chiusura della porta e del relativo intascamento.
Un tremorino zanzara. Ma nulla più. Tra poco si sarebbe accavallato un altro sbuffo.
Un cane abbaiò stonato dal terrazzino di un palazzo, dietro le lamiere dei pannelli elettorali.
Un manifesto in particolare attirò la mi attenzione. La serie di sovrapposizioni di manifesti e alcuni accidentali strappi in diversi punti lasciavano grottescamente visibile un volto collage. Riuscii ad individuare almeno tre visi diversi. La scia di distrazione fu però interrotta da un lontano rumore carcassonettante. Mi alzai in piedi, sporgendomi dal marciapiede per intravedere la comparsa dell' autobus dalla curva. Poggiai i miei pensieri già a bordo del mezzo. Biglietto, posto in coda, faccia al finestrino. Dalla curva rumoreggiò una luce gialla ad intermittenza. Gli autobus non hanno luci gialle, i camion dei rifiuti si.
Feci ridiscendere rapidamente i pensieri. Il camion sterzò e si arrestò a poco dalla fermata.Due cassonetti verdi pregavano di essere svuotati, ma ne riuscii a sentire il lamento solo quando appesi in giù vomitarono nascostamente dentro il camion, esalando da ogni singolo avanzo un odore tristemente sudaticcio.
Il raccattacamion riprese il largo, gonfio e soddisfatto.
Mi riappropriai della panchina, sbuffando stavolta gli ultimi residui di aria acre filtrata malamente dalle mie narici.
Un prurito alla pianta del piede, si precipitò ad invogliarmi a togliere i piedi dalle scarpe gommate, indugiai sfregando i tacchi, ad inarcare la tela della scarpa affinché filtrasse qualche refolo refrigerante. Ma il risultato fu maggiore prurito, facendo divenire indomabile l'istinto alla descarpazione. Feci uscire con mestiere i talloni e poi sfilai i resto, adagiando il tutto sul dorso delle scarpe stesse. Una sensazione di fresca beatitudine si diffuse per tutto il mio corpo. Assaporai il momento sgranchendo più volte le dita dei piedi a ritmi alterni. Chiunque fosse sopragiunto in quel momento alla fermata non avrebbe potuto che provare della sana invidia, del resto i cassonetti avevano partecipato per la maggior parte ad appesantire l'aria e di certo non potevo essere imputato come causa o forse no, ma alla cosa non davo nessuna importanza.
Stavolta il rumore del cingolato in lontananza era davvero inconfondibile, consumai l'arrivo del 311 con uno sbuffo di fastidio, la temperatura dei miei piedi aveva ripreso un grado accettabile e il pensiero di rinfoderarli nelle fornosuperga mi ammalvì l'umore. Compii l'operazione il più rapidamente possibile, sperando che le mie estremità ignorassero il gesto reazionario. Mi drizzai in piedi e raggiunsi il bordo della strada. Uno sbadiglio rispolverò dopo tutto una sensazione di piacevole attesa.
Sbucò dall'angolo il 311, sballottando rapidamente, con mia soddisfazione non intravidi nessuno a bordo, avrei evitato le occhiate guardinghe di rassegna canoniche tra i viaggiatori notturni.
Feci un passo verso la strada, avrei facilitato la manovra di arresto al conducente, pensai. Ma nel rumore del movimento del autobus c'era qualcosa che non mi convinceva.
Accantonai le riflessioni e mi preparai per salire. Allungai il braccio, tanto per essere sicuro che l'autista capisse le mie intenzioni. Ma il passaggio di marcia dell'autista in risposta al mio gesto fu chiarificatore. Il 311 ingranava un accelerazione da primato. Un gorgoglio di pensieri assiepò la mia mente. Non mi vede? Non mi vuole tirare su? Dove sta correndo? Non mi vede. Scelsi la possibilità più idiota. Feci un altro passo avanti e incominciai a mulinare il braccio steso.
La traiettoria del autobus era di poco distante dalla mia, ad un mio ulteriore gesto di avanzamento l'autista impiastrò di clacson il vuoto intorno. A circa un metro vidi la sua faccia disegnare un ghigno di compiacimento, poi scosse la testa e fece spallucce. Solo quando l'autobus mi ebbe completamente sorpassato riuscii a smettere di imprecare contro l'autista. Un cartello sbieco annunciava FUORI SERVIZIO, rassicurante come una lama di ghigliottina.
Rimasi a guardare il 311 allontanarsi dietro il centro commerciale.
Mi guardai intorno disorientato.
Poi cercai avidamente qualche scritta di conforto sul cartello della fermata. Guardai l'ora.L'ultima sarebbe dovuta passare 5 minuti fa.
Mi impegnai ancora in qualche sciocco conteggio sulla possibilità oraria di una altra corsa.Guardai ancora l'angolo dove l'autobus era sparito. Lontano un antifurto se la rideva con calma.
Di improvviso, uno sbuffo di reale preoccupazione, scansò l'aria rappresa di una noia notturna.
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