
EDEN
di Alessandro Carbone
Con la punta dello stivale nero spense la cicca sporca di rossetto.
Appoggiata al muro della metropolitana guardò l'orologio. Gli uomini in fila nelle macchine tiravano quasi tutti la testa fuori, facendo scivolare lo sguardo sulle gambe cromate da calze nylon scuro. Lei si strinse nel giubbetto. Il freddo le risalava il naso e le batteva nella testa. Tirò fuori un altro pacchetto e ruppe con le unghie la plastica.
"Non ti sognare di farmi aspettare più."
"Avevo una riunione, e non potevo avvisarti."
"Ho le mani viola." Lei accese un'altra sigaretta e lasciò che la fiamma dell'accendino brillasse ancora un secondo intorno alle mani.
L'uomo aprì due dita di finestrino.
"Hai cambiato colore dei capelli?"
Lei annuì con il capo, poi accavallò le gambe e si rannicchiò nel sedile di pelle nera.
"Abbiamo due ore, poi devo tornare in consiglio di amministrazione, ci fermiamo allo Sheraton".
Lei prima lo fissò, poi si guardò nello specchietto, tirò fuori il rossetto e fece fare un giro sulle labbra. Il traffico era illuminato dagli stop rossi della macchine, il vento di febbraio puliva il cielo prossimo al tramonto. Lei si slacciò il giubbetto, un giro di perle scendeva con una treccia nella scollatura.
"Voglio il mio regalo subito." Disse carezzando la mano che l'uomo teneva sul cambio.
Lui rispose che c'era una busta nel cruscotto.
La ragazza prese la busta e controllò il contenuto.
"Posso chiederti una cosa?". Disse togliendosi gli orecchini.
L'uomo annuì.
"Sei ricco, piacente, pulito. Perchè vieni con me?" .
L'uomo sorrise ma non rispose nulla. La macchina girò per la discesa del parcheggio dell'Hotel.
Prima di scendere lei si guardò ancora una volta allo specchietto.
"Non mi hai detto ancora come ti chiami." Gli chiese lei.
L'uomo prese le chiavi alla reception. "Neanche io so come ti chiami. Dico il tuo nome vero."
“Lo sai è Eva, mi chiamo Eva. Eva è il mio vero nome."
"Allora tu chiamami Adamo." Disse l'uomo sorridendo.
Adamo aprì gli occhi. Era dentro Eva e allo stesso tempo lontano chilometri.
Adamo mise una mano sulla fronte di Eva e la tenne schiacciata al cuscino.
Gridò lentamente, quasi soffocando.
Per un po' le mani di Eva carezzarono la spalla di Adamo.
C'era nella stanza un silenzio felice.
Il rumore della doccia si mischiava a quello fuori della pioggia.
Lei guardò i vestiti dell'uomo ordinati sul letto. Poi aprì la finestra e uscì sul balconcino.
Il freddo le mordeva il corpo. Ma le sembrò come mettere ghiaccio su un livido. Accese la sigaretta e osservò il fumo arrotolarsi nell'aria. Il rumore dei clacson arrivava stonato, quasi annacquato.
Nella borsetta sul letto continuava a vibrare il cellulare, ma lei non se ne accorse.
Poi gettò la sigaretta di sotto, tornò dentro e chiuse la finestra.
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