
POSSO FARLE UNA DOMANDA?
di Alessandro Carbone
Saliva. Come vapore dal basso. La nebbia mordeva ogni contorno di una sera impasticciata già di pioggia. Teneva il mento così schiacciato al petto da vedere solo il riflesso dei lampioni nelle pozze oleose.
Le infrangeva rapidamente. Le mani ormeggiate in tasca erano il solo piacere sottratto allo freddo.
Calzature Sally numero trentasette. No ancora ventidue.Però il lato era quello giusto.Terzo piano.Scala a destra.Non prima delle sette.
Il foglio dell'appuntamento doveva essere nella giacca.
Saliva sorretto al passamano un uomo stretto in un cappotto.
Studio medico – analisi cliniche. La Targa lampeggiava d'oro sul lato chiuso della porta. C'era un buonasera si sieda che lo invitava a stropicciare una rivista, a mugugnare un quadro, ad avere voglia di fumare.
Attendeva nel cappotto il rumore di un si accomodi.
Un orologio era appeso dietro ad un pianta finta a venature rossastre.
L'uomo ora guardava il camice bianco che lo chiamava per nome.
Gli occhiali sulla fronte e rughe sotto i baffi tracciavano il viso di un medico qualunque.
Ce n'erano stati altri, molti. Misuravano, diagnosticavano,evincevano.
Un altro anno non di più.
Si stropicciava i baffi, il medico,serio, come per aggiustare la distanza del microscopio. Sfogliava le cartelle dei conteggi, le equazioni della salute.
Non tornavano.Dovevano fermarsi quattro anni fa.
Lì sotto gli occhi a lente il medico chiedeva:
“Posso farle una domanda ?”
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