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AKAB
di Alessandro Carbone

Era una notte buia e tempestosa

E il capitano si sporgeva dal bordo mentre il mare urlava.

Con occhi rossi e ciechi dalla pazzia scrutava, rabbioso, il dorso bianco della balena.

Tra le onde il canto muto di una sirena.

La lasci andare capitano, è sfuggente, è nascosta e mostra solo la schiena.

La lasci andare capitano, aspetti almeno una notte di luna piena.

Nuda la faccia e i denti stringeva, dentro la barba un sorriso da boia pronto al taglio netto della vena.

Corre il cuore dietro gli spruzzi e le grida aspre nel dondolio gonfio delle vele

Marcia nel marcio il bianco verme

Nostro signore delle mele

La punta lucente la lume di lanterna e l'arpione di metallo, teso verso il rosso sangue di corallo, con l'unghia uncinata della fenice che mentre brucia canta il dio che maledice.

La lasci andare capitano, la lasci sfumare nel vapore dei sogni, tra i fumi della febbre, troppo gialla e troppo piena di promesse.

La lasci andare capitano, ci porti verso il faro, verso le braccia delle mogli, della amanti, tra i seni delle nostre puttane, nei giri do gonne orlate delle sottane.

Ingoiata dalle acque nere, la nave di legno si spezza, l'uomo si lega alla sua pena per sempre, come un destino stretto sul dorso bianco di balena.

Era una notte buia e tempestosa.

 

 

 









     
 
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