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ALLA PELE'- Storie di Calcio. [locandina]

Un progetto di Alessandro Carbone, Domenico Davide e Giulio Di Martino
Musicisti: Giancarlo Girau, Fabio Maglione e Giulio Testi


Ci sono mille modi diversi di raccontare il calcio. Un gesto che diventa leggenda, un uomo che diventa ‘eroe', una partita che ha il sapore dell'epica.
Noi vogliamo raccontare queste storie rubando parole e pagine a quegli scrittori che il calcio lo hanno amato, capito e a volte anche spiegato.

Pelé giocò gli ultimi 21 minuti con il Santos Futebol Clube il 3 ottobre 1974, in una partita che ebbe inizio alle 21,08. Il Santos batté 2-0 il Ponte Preta, con una rete di Cláudio Adão e un autogol di Geraldo. Ma per tutti i tifosi la partita si era già conclusa quando al 21esimo minuto di gioco, all’improvviso, Pelè palla al piede si fermò. E quello che fece dopo fu tornare indietro. Correndo dalla parte sbagliata. Raggiunse il centro del campo e si fermò. A questo punto prese il pallone con le mani, si inginocchiò e alzò le braccia al cielo. I compagni e gli avversari immobili, come se nelle ossa sapessero già quello che stava per accadere. Il pubblico di Vilma Belmiro ebbe un attimo di smarrimento. Fu solo un attimo. Subito dopo, 60 mila mani batterono una contro l’altra, senza sosta. Fu così che la gente capì che quella di Pelé, il più grande giocatore di tutti i tempi, era l’ultima partita.

Per quelli che conoscono bene il calcio, in realtà Pelè giocò ancora: nel Cosmos, negli Stati Uniti, “in missione” si diceva, ad evangelizzare i visi pallidi USA al Dio rotondo di cuoio. Ma per quelli che di calcio sanno, quella contro il Ponte Preta fu davvero l’ultima partita.

E la cosa eccezionale di quel 3 ottobre 1974 fu proprio il gesto con cui Pelè mise il punto. Chiuse come avrebbe chiuso ognuno di noi. Per lo meno ognuno di noi BAMBINO: portandosi via il pallone. Così. Come a dire. Via io, via il calcio. Un gesto bambino perché il calcio è bambino, in quel gesto c’è tutta l’anima del calcio. Ci sono dentro le zuffe nei cortili, le sbucciature sul cemento dell’oratorio, i tonfi del pallone sulle serrande dei garage, c’è la conta del primo in porta, c’è che è fuori l’ho visto e non vale, c’è che non mi va più di giocare, dammi la palla è mia, vado a casa, vado via.

Quel giorno, il 3 ottobre del 1974, prendendo la palla con le mani, Pelè portava al centro del campo e sotto gli applausi del pubblico, dei compagni, degli avversari e dell’arbitro, la nostra infanzia, meglio la nostra infantile necessità di calcio.

 







     
 
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